


[Nelle foto: il Witchtek del 2025; momenti di riappropriazione e autogestione giovanile in Iran, in uno scritto uscito su VD NEWS; sotto infine un volantino di un momento autogestito al Forte Prenestino, Roma, nel 1994]
per osservazioni e altri contributi: smashrepression@proton.me
Teheran, Beirut costantemente sotto le bombe; coinvolgimento crescente, a spirale di più Paesi in un effetto domino che lambisce e coinvolge pienamente il Mediterraneo. Una settimana dall’attacco annunciato vigliaccamente in piena notte, con l'”incredulità” di 3/4 di popolazione mondiale. In un mondo profondamente interconnesso, la libertà di vivere dignitosamente, o solo vivere, e di potersi spostare senza credo nè giuramenti di obbedienze e sottomissione appare non tanto in pericolo, quanto in dismissione.
Se è vero che le crisi irreversibili segnano passaggi di epoche, è anche vero che “dal come” se ne esca in grossa parte si determina la sopravvivenza di miliardi di esseri viventi. La militarizzazione del campo semantico e mentale collettivo, e lo scivolamento “irresistibile” per il quale non si potrebbe ragionare in termini di dissenso (e stile di vita votato a questo) ai mandanti di guerre e genocidi (vedi ddl Gasparri nella nostra porzione di mondo) è uno scenario che prelude poi all’accettazione più o meno esplicita dell’allargamento degli orizzonti di guerra esterni ed interni. Se prendiamo questo processo come “assodato” e in continua accelerazione, la posta in palio per il futuro a breve e medio termine per chi anela alla libertà di movimento, di riunione, di celebrazione, di presa di parola, financo a un tetto sopra la testa e forme di sostentamento e redistribuzione universali(stiche) non può non vedere creazione di spazi, temporanei, o ad aspirazione permanente, di rimessa in discussione delle relazioni sociali vigenti e della verticalizzazione gerarchica del potere.
Da questa prospettiva, se nel 2011 Occupy Wall Street disvelava una critica decostruttiva all’1%, l’oligarchia trasnazionale finanziaria, come trait-d’union tra la stagione NoGlobal e gli esperimenti di democrazia diretta e autonomia e i tentativi di rovesciamento di regimi in Nord Africa che sono susseguiti, ora le volontà di potenza dall’alto – che si traducono in una spirale tragica e in annientamento sistematico per consolidare privilegi e interessi – trovano maggior giustificazione nelle potenziali vittime, che divengono vittime se queste non si muovono e frappongono resistenze. Questo ci pare un paradigma verso una fase aperta di tanatocrazia. Per certi versi, seppur apparentemente de-contestualizzate tra loro, la diserzione di massa in Ucraina, la moltiplicazione di pratiche quotidiane di insubordinazione all’ICE, la sfida aperta delle giovani iraniane all’oppressione politico-religiosa sono dentro lo stesso scacchiere che grida alla vita, alla dignità e alla libertà.
Nondimeno, la restrizione di spazi di espressione e di dissenso, il tentativo di estirpare il pensiero critico partendo dalle scuole, il graduale ma costante implementamento di dispositivi di isolamento, punizioni penali e amministrative, in un contesto di guerra non più osteggiata che interessa seriamente anche le “nostre” latitudini, creano un ulteriore avvitamento per il quale anche una zona temporaneamemte autonoma, una riappropriazione, le convergenze congiunturali per questa o quella rivendicazione sociale particolare diventono preziosi momenti di dissenso e “finestre” temporali con le quali interfacciarsi con altri pezzetti di mondo. E proprio per questo sono passibili di risposta e accanimenti repressivi, che siamo chiamatə a rispedire con fermezza (e sorrisi) ai mittenti!
Altrimenti, anche le occasioni di socialità che costruiamo e di cui ci riappropriamo, mettendo in gioco anche “quote” di libertà personale, finiscono poi per essere effimere al pari di tanti momenti costituiti da quella società “civile” che si indigna per qualche scritta sui muri nei capannoni e fa finta di non vedere che la sicurezza indotta che cerca in un contesto di guerra guerreggiata non si può più dare. Se quelle forme di “socialità” conservatrice non CI piacciono, tantopiù sarebbe sprecare energie preziose individuali e collettive il creare momenti che nella sostanza non esprimano molto di diverso, pur se divergenti nella forma.
Riprendendo le parole di Orso, se ogni tempesta può nascere con una singola goccia, da ogni momento di cura, autogestione e riappropriazione si possono irradiare immagini potenti di liberazione e libertà, se frutto di relazioni e sperimentazioni profonde e ardite.. che sia in Iran come in Minnesota come nell’Europa del (decadente) privilegio borghese

