Considerazioni sui fatti di Torino (31/01/2026) + Città, conflitti e sorveglianza di massa

A corollario, e proseguo del dibattito, (e della macedonia!) post-corteo di sabato a Torino, ripubblichiamo due riflessioni sulla giornata e sul contesto in cui si inscrive.

La prima, di Alberto Facchini, giornalista e scrittore, storicizza la questione repressiva e l’invocazione ciclica del pugno di ferro che targetizza, patibolizzandola, determinate comunità resistenti e filoni di pensiero ideologico “per partito preso”, preludendo poi a una massificazione dell’accanimento repressivo sui ceti poveri o impoveriti.

La seconda, contenuta in un blog di cui consigliamo vivamente la lettura, è a suo modo complementare alla prima analisi, in quanto la attualizza, focalizzandosi sul contesto meta-politico e tecnologico-urbano in cui la forma-corteo si è data e, interrogandosi sul rapporto causa-effetto all’interno di un contesto dove la sorveglianza digitale e la predittività non possono (o meglio non dovrebbero) essere scisse dalle dimensioni conflittuali.

 


 

CONSIDERAZIONI SUI FATTI DI TORINO

Sull’aggressione al poliziotto a Torino si è detto tutto e il contrario di tutto. Le parole si sono accavallate, consumate, svuotate. Ne è uscita un’immagine scomposta dell’Italia di oggi: un caravanserraglio senza centro.
Voglio allora raccontare una storia. Una storia che procede per salti e ritorni nel tempo, che scava nell’humus di questo Paese.

2 febbraio 1977. Roma. Centro. Piazza Indipendenza. Tra i palazzi borghesi dalle facciate severe, le nuove squadre speciali di Cossiga hanno fatto il loro debutto. Sparando. Non proiettili vaganti. Non l’isteria di un agente fuori controllo. Ma la prosecuzione della politica con altri mezzi: le armi. Il messaggio non lascia scampo: per lo Stato non si tratta più di gestire una protesta, ma di annientare un nemico.

E contro un nemico si usano reparti addestrati non alla gestione della folla, ma al combattimento. Lo sparo sostituisce il manganello. Diventa la nuova lingua ufficiale dell’ordine pubblico. Non c’è più una folla soltanto da caricare e disperdere. Non si tratta di ripristinare l’ordine. Si tratta di dimostrare, in modo plateale, chi detiene il monopolio incontrastabile della forza.

Un messaggio doppio. Letale. Al movimento: «Questo è il livello dello scontro. Preparatevi». Alla società: «Questa è la normalità. Abituatevi».
Lo Stato, attraverso il suo ministro, dichiara: per salvare la democrazia siamo disposti a sospenderne i principi. Ma l’introduzione di queste squadre non è un capitolo nuovo. È la riproposizione di un copione antico. Scritto a colpi di fucile. Lo Stato italiano non ha mai conosciuto la neutralità. Mai. Bastava alzare la testa per diventare bersaglio. Operai. Braccianti. Studenti.

1948, anno del trionfo DC: 17 lavoratori uccisi. Centinaia di feriti. 14.573 arrestati. 77 segretari delle Camere del Lavoro in carcere. Scelba – ministro dell’Interno – chiede un “18 aprile anche sindacale”. Non è retorica. È programma. Il nemico: è il popolo. Lavoratori, sindacati, sinistra. Lo scelbismo addestra la forza pubblica a riconoscerli, isolarli, colpirli.

Nel ’47 la Pubblica Sicurezza conta 30.000 agenti; 8.000 sono comunisti, ex garibaldini. Per Scelba sono pronti ad agire contro lo Stato. Bisogna fare piazza pulita. Soluzione? Buonuscita per chi si dimette; esilio per chi resta. Nel Sud. Zone isolate. Il PCI stesso consiglia: «Mollate. Prendete i soldi». Dentro un’infilata di ex fascisti. Da lì, il diluvio. I contadini arrivano nei campi. Zappano. Seminano. Lo Stato risponde: carabinieri, stivali, fucili. Spari. Arresti. Botte. San Ferdinando. Torremaggiore. Bagheria. Montescaglioso. Bondeno. Ovunque. Si spara. Si muore. Dal ’45 al ’50 il movimento per la terra chiede pane e lavoro. Il prezzo: 84 morti. Centinaia di feriti. 20.000 arrestati.

Impunità, abuso di potere, anticomunismo: una storia antica, che torna ogni volta con lo stesso passo. Nell’estate del 1960 lo Stato spara su chi protesta. Lo fa a Reggio Emilia, a Palermo, a Genova, a Roma, a Licata, a Catania. Spara per difendere un governo che regge sui voti dei neofascisti, un equilibrio marcio fin dall’origine.

Il nome è Tambroni. Il contesto è quello di un Paese che credeva di essersi lasciato il fascismo alle spalle e invece se lo ritrova davanti, con la divisa e l’arma in mano. La risposta popolare è immediata: piazze piene, scioperi, barricate. A Genova esplode una rivolta che ha il volto dei ragazzi in maglietta e blue jeans, figli del dopoguerra, antifascisti senza tessera. A Reggio Emilia la protesta finisce nel sangue: cinque operai stesi sull’asfalto, una raffica dopo l’altra. Centinaia di colpi, sparati per punire, non per disperdere. Dieci morti in due giorni, e nessun colpevole. Tutti assolti, molti mai chiamati a rispondere, qualcuno ricompensato. Lo schema è sempre lo stesso: si uccide, ci si assolve, ci si premia. Una catena di comando che non si spezza mai, un messaggio chiaro inciso nella carne delle piazze: lo Stato può colpire, e non pagherà.

Il sessantotto, l’Autunno caldo, il settantasette. Le divise sono sempre dalla parte sbagliata della storia. Al servizio h24 di un criptogoverno che unisce farabutti in giacca e cravatta a farabutti in divisa e stellette. Coadiuvato, per i lavori più odiosi, da una manovalanza a basso costo: una banda di sociopatici con il culto del duce. Un’entità superiore che, di volta in volta, ha assunto le sembianze delle logge massoniche, del SID, dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, fino ad arrivare alla mente dell’Idra: gli intelligentoni statunitensi.

Si allunga il Memoriale delle vittime. 1969: Cesare Pardini, Giuseppe Pinelli. 1970: 3 civili a Reggio Calabria, Saverio Saltarelli. 1971: Domenico Centola, Michele Guareschi. 1972: Franco Serantini, Giuseppe Tavecchio. 1973: Roberto Franceschi. 1974: Fabrizio Ceruso, Zunno Minotti, Luca Mantini, Sergio Romeo. 1975: Giannino Zibecchi, Rodolfo Boschi, Piero Bruno, Annamaria Mantini, Margherita Cagol, Gennaro Costantino. 1976: Mario Salvi, Walter Alasia. 1977: Francesco Lorusso, Giorgiana Masi, Antonio Lo Muscio … 1986: Luca Rossi. 2001: Carlo Giuliani.

Legge Reale. Emanata il 22 maggio 1975, la legge fu promossa per contrastare la violenza politica e la criminalità. Le vittime, un numero impressionante. Nei primi 15 anni di applicazione si contarono 254 morti. 371 feriti. Si badi bene, 208 persone non erano in procinto di commettere alcun reato al momento del fatto.
La legge è ancora in vigore e attribuisce piena licenza di uccidere agli agenti. L’articolo 14 della legge è quello che ha suscitato più dibattito negli anni. Esso estende le facoltà previste dal Codice Penale (art. 53), permettendo alle forze dell’ordine di fare uso delle armi non solo per vincere una resistenza o impedire violenze, ma anche per impedire la consumazione di gravi reati.

Risultato. Quando a processo ci finisce un tutore dell’ordine, non salta fuori mai un colpevole. Mai. La divisa è scudo perfetto. La verità non entra nemmeno in aula.

Dal 2000 a oggi sono circa 70 i decessi rilevati, un numero enorme in confronto alle poche storie diventate di dominio pubblico, come quelle di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Molti dei decessi riguardano persone di origine straniera, sintomo del problema già più volte denunciato anche a livello internazionale della profilazione razziale delle forze dell’ordine italiane.

In fondo, è questo il punto: non siamo davanti a eccessi, né a una deriva improvvisa. Siamo davanti a una costante. Quando il conflitto sociale sale, lo Stato identifica un nemico interno e lo colpisce. Le leggi coprono, i tribunali assolvono, la memoria viene spinta ai margini. Il resto è polemica a caldo, indignazione a tempo. Lo Stato non ha bisogno di “facinorosi” per restringere spazi, rinchiudere. Tafferugli o no, non cambia nulla. Per ammazzare il movimento pro-Pal hanno montato il caso Hannoun. La storia, quella vera, continua a parlare chiaro. Basta studiarla. Lo Stato non arbitra: ti combatte. Sta a te decidere da che parte stare.

Che fare? Moltiplicare le reti dal basso. Chiudono Askatasuna, dieci, cento Askatasuna. Se chiudi un posto, non chiudi ciò che lo ha fatto vivere. Un sigillo non ferma i corpi, le pratiche, le relazioni. Sposta il conflitto. Lo sparpaglia. Lo rende più difficile da colpire. Vero. Ma Askatasuna o il Leoncavallo non sono un indirizzo. È un metodo: occupare, aprire, tenere insieme. È un ritmo: assemblee, concerti, sportelli, cucine, mutualismo. È una grammatica: autogestione, decisione collettiva, rifiuto del ricatto. Colpirne uno serve a lanciare un messaggio. La risposta passa dalla replica. Dalla proliferazione. Dalla disobbedienza ordinaria.

Dieci spazi piccoli battono un grande spazio sotto assedio. Cento nodi informali valgono più di una roccaforte isolata. Case del popolo senza targa, palestre improvvisate, sale prove, doposcuola, mense, biblioteche di quartiere. Luoghi vivi, porosi, intrecciati al territorio. Reti dal basso vuol dire questo. Nessun centro unico da abbattere. Chiudono il Leoncavallo? Male. Si riparte. Non uno nuovo uguale all’altro. Dieci diversi. Cento irregolari.
Tutti necessari.

[Alfredo Facchini]

 

 

 

 CITTA’, CONFLITTI E SORVEGLIANZA DI MASSA

Gli scontri di Torino sono stati raccontati come si raccontano da anni eventi simili: cronaca, condanne, giustificazioni, conteggio dei danni. Sceglierei un’altra angolazione cio quella di osservare ciò che cresce silenziosamente attorno a ogni conflitto urbano: l’apparato di sorveglianza di massa e la sua normalizzazione. In queste ore si è parlato di piazze, cortei, cariche. Molto meno della vera costante che attraversa ogni episodio di disordine urbano contemporaneo: una città che guarda, registra, accumula dati. Le città non sono solo uno spazio attraversato dagli eventi. Sono un dispositivo attivo. Telecamere fisse e mobili, bodycam, varchi elettronici, sensori di traffico, dati telefonici, piattaforme di analisi dei flussi. L’ordine pubblico non si gioca più soltanto sul terreno fisico, ma su quello informativo.
La città osserva prima che accada qualcosa, mentre accade e soprattutto dopo. Gli scontri funzionano come stress test. Mettono sotto pressione l’infrastruttura urbana e, così facendo, la rendono più efficiente.
Ogni strada coinvolta viene tradotta in dati. Ogni movimento collettivo diventa una sequenza temporale, una deviazione statistica, un’anomalia da studiare. La piazza non è più solo luogo politico: è una riga di log. In questo processo il corpo perde spessore politico e acquisisce valore informativo. Non conta chi sei, ma come ti muovi. Non cosa rivendichi, ma quanto ti discosti dalla norma algoritmica della città funzionante.
Ogni scontro è anche una risorsa. Le immagini alimentano sistemi di riconoscimento, affinano procedure, addestrano modelli predittivi. L’eccezione serve a rafforzare la regola. La retorica dell’emergenza legittima l’espansione silenziosa dei dispositivi. Più conflitto significa più dati. Più dati significano più capacità di controllo preventivo. Non è un complotto, è un modello operativo.
La sorveglianza di massa viene presentata come tecnica, inevitabile, neutra. Ma neutro è solo il linguaggio che la descrive. Ogni sistema decide cosa è normale e cosa no, cosa è rischio e cosa è rumore. Raccontare gli scontri solo come problema di ordine pubblico serve anche a questo: a spostare l’attenzione dalle trasformazioni strutturali della città osservata, misurata, anticipata.
C’è un ulteriore livello che questi eventi rendono evidente e che i movimenti di contestazione non possono più eludere. La città contemporanea non è un campo neutro da occupare, ma un ambiente densamente strumentato. Ogni forma di conflitto deve inevitabilmente misurarsi con apparati di sorveglianza di massa progettati per leggere, anticipare e assorbire il dissenso. Non si tratta solo di repressione diretta. La vera asimmetria sta nella capacità di trasformare l’azione collettiva in informazione. I movimenti producono visibilità politica, ma questa visibilità viene catturata, scomposta, archiviata. Ciò che nasce per interrompere il funzionamento della città finisce spesso per migliorarne i modelli di controllo. Ignorare questa dimensione significa continuare a muoversi come se lo spazio pubblico fosse quello di vent’anni fa. Oggi ogni corteo è anche una mappa comportamentale, ogni scontro una simulazione utile per chi governa la città come sistema.
La questione, allora, non è solo se scendere in piazza, ma come farlo dentro un ecosistema che registra tutto. Non per rinunciare al conflitto, ma per sottrarlo, almeno in parte, alla sua immediata trasformazione in dato.
Quando le strade tornano pulite e il ciclo mediatico si chiude, resta una città leggermente più leggibile per chi la governa attraverso i dati. Gli scontri non devono vincere né perdere per produrre effetti. Basta che accadano. Torino, ieri, non è stata solo teatro di un conflitto. È stata un laboratorio urbano a cielo aperto. E come spesso accade nei laboratori, chi viene osservato raramente ha la possibilità di osservare il sistema che lo osserva.

Il Focus completo a> https://antigene.info/focus/citta-conflitti-e-sorveglianza-di-massa/

 [OGNI CORTEO E’ UN LOG: TORINO E LA CITTÁ CHE TI GUARDA

AUTODIFESA CIVILE NELLA CITTÁ-SENSORE

GLI STRUMENTI DELLA SORVEGLIANZA DI MASSA]

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